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Per inquadrare storicamente la spedizione di Skanderbeg in Italia
e lo stabilimento degli albanesi nella zona di Greci, è opportuno
riproporre le vicende dei regno di Napoli dopo la spartizione
dello stesso tra Angioini ed Aragonesi. Per motivi di successione
mai risolti, infatti, l'antico regno "al di là ed al di qua
dei faro" era suddiviso in due entità politiche distinte
e separate, appannaggio di due dinastie europee di grande prestigio:
gli Angiò di Francia a Napoli e gli Aragona di Spagna a Palermo.
Quando, nel 1343, Roberto d'Angiò morì, gli succedette al trono
la nipote Giovanna, Sposa di Andrea di Ungheria, era giovane,
bellissima e sensuale e detestava quel marito grossolano, volgare
e strabico, sposato per ragion di stato e non per amore, come
si era usi a quei tempi. Fatto uccidere il marito, lo sostituì
con Luigi, principe di Taranto, che morto prematuramente, a sua
volta, fu sostituito da Ottone di Brunswich. Il popolo napoletano
mai tollerava questa regina dissoluta, lasciva ed omicida, sicché,
quando nel 1382, fu deposta da Carlo di Durazzo, nulla fecero
per salvarla da morte per strangolamento decretata da nuovo re.
Nel 1386 anche Carlo morì e gli succedette il figlio Ladislao
e, alla sua morte, la sorella di questi Giovanna (comunemente
conosciuta come Giovanna II, per differenziarla dalla prima di
cui abbiamo già parlato).
Giovanna adottò Alfonso di Aragona, re di Sicilia, con la speranza
di poter riunire i due regni, ormai entità diverse per successione
dinastica. Ma l'amante della regina Sergianni Caracciolo
indusse la sovrana ad annullare l'adozione e designare al trono
Renato d'Angiò nelle cui vene scorreva il sangue della dinastia
francese, per assicurare la continuità dinastica e l'autonomia
dei regno.
Pertanto, alla morte di Giovanna, la corona passò a Renato. Ma
poco restò sul trono di Napoli perché Alfonso lo sconfisse e unificò
i regni di Napoli e della Sicilia, come ai tempi di Federico II
di Svevia.
Alfonso, privo di figli legittimi, prima di morire designò alla
corona dei regno Ferrante, che assunse, per ragioni dinastiche,
il nome di Ferdinando I, suo figlio illegittimo avuto da una relazione
con tale Margherita di Hjiou, una prostituta. Era goffo, tarchiato,
con volto largo e flaccido, gli occhi piccoli e pungenti, il naso
largo, lungo e pieno di sporgenze. Non migliore del suo aspetto
fisico era quello morale: diffidente, taciturno, autoritario.
Fu, nondimeno e per l'epoca, un buon re e governò per ben 36 anni
senza gravi problemi. Una volta sola il suo trono vacillò, in
seguito alla "congiura dei baroni", principi di dinastie
anteriori a quella aragonese che mai tolleravano questo intruso
e che lottarono acerbamente il suo potere per la conservazione
dei loro privilegi, messi in discussione da questo sovrano autoritario
ed assolutista.
Erano, i congiurati, capitanati dalla nobile famiglia degli Orsini
di Taranto e si collegarono con la casa d'Angiò con la speranza
di rimettere sul trono il suo discendente, titolare in linea dinastica,
Giovanni.
Ferdinando I (Ferrante) pose a capo delle proprie milizie Francesco
Sforza, coadiuvato dai più esimi capitani di ventura dell'epoca,
tra cui un principe albanese, sincero amico della dinastia aragonese
già ai tempi dei re Alfonso, Giorgio Castriota Skanderbeg, che
venne in Italia con un esercito di oltre 7.000 uomini tra fanti
e cavalieri.
I baroni ribelli, di parte angioina, ebbero a capo delle milizie
due valenti condottieri: Iacopo Piccinino e Sigismondo Malatesta.
Si venne a battaglia campale e le truppe dei congiurati, al comando
dei Piccinino, furono completamente disfatte a Troia, in provincia
di Foggia, nell'anno 1462.
Triste fu la sorte dei Piccinino che, portato a Napoli, fu trucidato
per ordine dei re d'intesa con Francesco Sforza.
La battaglia di Troia fu, in verità, combattuta su un territorio
vasto, molto più vasto dei confini naturali ed attuali della cittadina
pugliese, lambendo il territorio di Orsara di Puglia, sino a giungere
in territorio di Greci ove, in una località poi denominata "difesa
dei re", il Piccinino ebbe la sventura di scontrarsi con
le truppe albanesi forti, agguerrite e resistentissime. Il pur
bravo capitano italiano non poté resistere a lungo e fu completamente
sconfitto dalle truppe di Skanderbeg che, una volta alla sua presenza,
in un impeto d'ira, pare che lo abbia sollevato di peso dal suolo
(ipotesi verosimile se è vero che la statura dei Castriota era
superiore alla media; ancor più credibile se comparata alla figura
esigua e minuta dei Piccinino), prima di consegnarlo alle milizie
dello Sforza che lo condussero a Napoli ove andò incontro ad orrenda
fine. Le violenze di quella battaglia sanguinosissima rimasero
nella memoria dei protagonisti e degli abitanti, tanto che in
quella località, ancora oggi, due toponimi chiarissimi e significativi,
ricordano quella incredibile vicenda: lago di sangue"
e "terra distrutta". Era la prima volta che gli albanesi
mettevano piede nel territorio di Greci.
Poi la storia successiva la conosciamo tutti
e siamo ancora
qui.
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